La Sinodalità come “Prassi Pastorale”- Messaggio del Vescovo 2016/2017. La nuova frontiera per la Chiesa che è in Piazza Armerina

 

 

In vista del giublieo della nostra Diocesi, del bicentenario della fondazione affinchè,  assieme alle celebrazioni che ci accompagneranno in questo 2017/208, la viviamo nella comunione con il nostro Vescovo, rileggiamo con attenzione il  messaggio del Vescovo affinchè quanto delineato con chiarezza nel documeto,  diventi “prassi pastorale” per i laici, religiosi, presbiteri, diaconi, associazioni ecclesiali, per la Chiesa che è in  Piazza Armerina. Leggiamolo e meditiamolo perchè, orientando  le nostre attività pastorali in sintonia con il nostro pastore e operando in comunione con lui sentiremo come lo Spirito Santo guida la nostra  Chiesa verso la novità “sempre nuova”  della “Buona Novella”, fonte di grazia e di salvezza e nostro unico punto di riferimento. Facciamolo nostro come si fa di una cosa a noi molto cara e preziosa. Stampiamolo e portiamolo con noi assieme alla nostra Bibbia  e rileggiamolo spesso, perchè diventi nostro patrimonio ecclesiale.

 

LA SINODALITÀ COME PRASSI PASTORALE

MESSAGGIO PASTORALE 2016-2017

Con quest’assemblea diocesana, avviamo l’anno pastorale 2016-2017. Dopo il Giubileo straordinario della misericordia, che ha visto le nostre comunità impegnate ad assimilare un modus vivendi equivalente a quello di Dio: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), risalta un bisogno che interessa la nostra vita pastorale. Non si tratta ovviamente di andare a proporre o moltiplicare iniziative per l’animazione delle nostre comunità, bensì di individuare un metodo, o meglio un modo di camminare assieme, affinché la pastorale sia il concepimento unisono di percorsi spirituali, culturali e sociali che aiutano a maturare il senso di Chiesa che ogni comunità deve saper testimoniare. Quello che importa in effetti non sono le attività pastorali, più o meno articolate, che sollecitano – e così deve essere– la vita credente, bensì la percezione che quello che si fa scaturisce dall’esercizio, talvolta faticoso, dell’essersi ascoltati vicendevolmente. Si comprende che questo modo di fare la pastorale limita per certi versi la celerità delle soluzioni, l’immediatezza di un’intuizione, la precocità delle pianificazioni, ma evidenzia con forza l’idea che quello che si stabilisce è frutto di condivisione, oltre al fatto che si fa realmente esperienza di ciò che sottintende il termine evkklhsia.

Non dobbiamo dimenticare che la vera animazione della fede riguarda il ripristino in ciascuno della conversione, la quale coinvolge tutti nella rivisitazione della nostra relazione con Dio, che passa realisticamente attraverso un’altra relazione: quella fraterna (cf. 1Gv 4,19-21). Se non accettiamo questa verità, non sussiste il senso di Chiesa che è poi senso di koinonia , ovvero di quella prassi di comunione ecclesiale che ci coinvolge in relazioni evangelicamente sempre più fraterne (cfr. Mt 5,20). Se non c’è il desiderio di incontrare l’altro,  perdonando,  accogliendo,  rispettando,  e  soprattutto  se  predomina  il  bisogno  di autoaffermazione, non c’è la Chiesa, e dove non c’è la Chiesa non c’è neppure la sacramentalità della presenza di Cristo, quale segno di testimonianza per il mondo. Ecco perché urge la necessità di riscoprire una prassi che, prima ancora di colmare lacune di tipo pastorale, insegni il grande valore della fraternità evangelica. Essa – occorre dirlo – è prodromo di quel senso ecclesiale che fa delle nostre comunità luoghi di autentica testimonianza in nome dell’evangelo. E’ da qui che nasce quella Chiesa che Papa Francesco in Evangelii gaudium al n. 27 percepisce come unica realtà possibile di fronte alle variegate esigenze del mondo: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia».

La Chiesa, nella sua dimensione ultraterrena, è legata paradossalmente a ciò che di più terreno possa esistere, secondo quella prossimità che scorgiamo nella “forma servi” di Cristo Signore. In tal senso, l’ecclesialità è uno stile di vita, fatto di consuetudini, orari, linguaggi; in una parola esso è su,sthma – direbbe Crisostomo – cioè una composizione armonica che dà alla Chiesa una precisa determinazione nominale: essa è sinodo. A cosa allude tale specificazione? Lo chiarisce espressamente Papa Francesco nel suo Discorso in occasione del cinquantesimo dell’Istituzione del Sinodo dei Vescovi, il 17 ottobre 2014: «Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”.

Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica». È quello che ci proponiamo a partire da quest’assemblea, considerata portale d’ingresso che ci introduce ad una prassi sinodale che interesserà permanentemente la vita pastorale delle nostre comunità. Avremmo potuto, in vista del bicentenario della Diocesi che si celebrerà dal 3 luglio 2017 al 3 luglio 2018, predisporre la comunità diocesana all’indizione di un sinodo, giacché l’ultimo risale a quello di mons. Sturzo, celebrato subito dopo la prima guerra mondiale. La necessità di un sinodo è legata al dinamismo missionario della Chiesa di fronte al mondo, a quella mutevolezza di rapporti culturali e sociali che esige una riflessione di tipo dialogico. La Chiesa, nella dimensione ad essa congenita di ascolto e testimonianza, non può prescindere dall’esercizio di un rinnovamento che riguarda – afferma il Decreto conciliare sull’ecumenismo Unitatis redintegratio  al  n.  4  –  la  sua  stessa  vocazione:  «La chiesa pellegrinante sulla terra è chiamata da Cristo a questa perenne riforma (ad hanc perennem reformationem) della quale essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha continuo bisogno». La sinodalità sarebbe allora, oltre che uno stile ecclesiale, un modo per aiutare la Chiesa a realizzare la sua vocazione, o, come afferma Papa Francesco, a compiere «quello che il Signore chiede».

Quest’aspetto costitutivo della Chiesa non può limitarsi a forme celebrative più o meno solenni. L’indizione di un sinodo avrebbe probabilmente deconcentrato la comunità diocesana dall’adempiere ciò che sottintende il termine su,nodoj sinomino di evkklhsi,a. Se la Chiesa, nel suo essere sacramento per il mondo, è espressione di una fraternità che ha posto l’evangelo come vessillo di testimonianza missionaria, non può che corrispondersi in un cammino, armonico e composito, ove tutti sanno e accettano di ascoltarsi: laici, presbiteri e diaconi in relazione con il proprio vescovo, cercando di discernere quello che il Signore chiede. È questo il modo di fare Chiesa, o meglio di sostenere la Chiesa nella risposta costante alla volontà del suo Sposo. In questo circuito sinodale, la Chiesa coglie pure la stupenda presenza del laicato che, vocazionalmente parlando, genera anch’esso quella porzione di verità ecclesiale che, assieme a presbiteri e diaconi, forma il dire di Dio nella sua progettualità redentiva di fronte al mondo. Da qui allora la necessità di una scelta che costituisce, per la nostra comunità diocesana, uno snodo significativo: la scelta cioè di provare a camminare assieme, di fare sinodo senza celebrazioni, nel tentativo di sentire quell’ecclesialità che, in senso battesimale, scorre già nelle nostre vene. La necessità di rivedere gli statuti del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale, come pure l’urgenza di ricollocare pastoralmente la presenza dei diaconi, trova qui il senso di questa scelta che in definitiva cercherà di rispondere al monito di Papa Francesco: «non è così facile da mettere in pratica». Perché? Questo modo di fare sinodo, che inaugura una prassi più che un culto, obbliga a capire che la nostra Diocesi decide oggi di essere in stato sinodale, cioè di accettare un cammino di conversione ad libitum, sospinto dalla forza dell’evangelo.

Questo cammino riguarda i presbiteri, chiamati a comprendere quanto stupenda possa essere la testimonianza del condividere assieme il lavoro pastorale, dando specificazione a stessi della splendida cooperazione che dovrà nascere tra le comunità parrocchiali. Ciò significa che essi dovranno davvero convertirsi, anteponendo la presenza dello Spirito del Signore, che agisce nella vita dei fedeli laici, alle loro suggestive operazioni pastorali che sono talvolta fortemente referenziali. Tale conversione, che scaturisce da questo modo di concepire la Chiesa, investe pure i diaconi che, riscoprendo il senso vero della loro vocazione in rapporto con il vescovo, colgono nella diaconia della carità e dell’evangelizzazione l’elemento connotativo dell’identità di un ordo nella Chiesa. Ciò significa che quella dimensione liturgica, cioè la diaconia all’altare, che probabilmente fino adesso ha subito forme di esasperazione, si concentra unicamente nella celebrazione con il vescovo e nel mandato che quest’ultimo, per necessità, dispenserà ad actum. La conversione riguarda infine anche il laicato. Non bisogna dimenticare che esso custodisce, in virtù dell’azione carismatica propria del battesimo, l’opera di Dio. Questa presenza sacramentale induce il laicato a percepirsi in una specifica vocazione che consiste nell’effettiva responsabilità della testimonianza santificante nel mondo e per il mondo: una responsabilità che va animata, sostenuta, accompagnata, rispettata. Ecco perché è necessario il cammino sinodale. E la sua celebrazione sta proprio nell’attuazione di questo cammino di conversione, di quest’incontro costante tra le varie componenti ecclesiali. Qui si impara veramente ad ascoltarsi e a percepire lo specifico della propria chiamata davanti a Dio, al fine di concepire assieme quelle decisioni che non appartengono gerarchicamente ad un ordo superiore, ma all’evkklhsi,a che, nella sua dimensione terrena, cerca di purificarsi per comparire davanti a Dio «tutta gloriosa, senza macchia, né ruga o alcunché di simile, ma santa ed immacolata» (Ef 5,27); e, nella sua dimensione celeste, di sostenere l’impatto della testimonianza missionaria per raccontare a tutti la bellezza dell’evangelo, cioè la stupefacente  e misericordiosa accoglienza di Dio «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).

Si tratta pertanto di dare voce, mediante il cammino della sinodalità, a quanti servono con la propria testimonianza la Chiesa di Cristo, e per essa il mondo che Dio ha affidato alle loro cure. Il modello sinodale, che oggi viene proposto, ha questa finalità. Esso tende non soltanto alla santificazione del mondo, essenza della testimonianza missionaria della Chiesa, ma anche alla realizzazione di quel consenso che scaturisce dall’ascolto vicendevole dei soggetti attivi dell’evangelizzazione, e cioè dei laici, presbiteri e diaconi, sospinti dal desiderio comune di attuare l’o`mo,noia ecclesiale (Clemente Romano): la concordia nello Spirito, segno vivo dell’inabitazione di Dio nella vita di un popolo. Tale desiderio legittima questo percorso che si apre con l’odierna assemblea diocesana. L’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia, che Papa Francesco ha consegnato alla Chiesa sull’amore nella famiglia, costituisce l’ambito della nostra formazione, da cui cercheremo di convergere per stabilire quelle proposizioni sinodali che dovranno accompagnare l’exitus della prassi diocesana. Ciò riguarderà in particolare la problematica della sponsalità cristiana, nelle sue variegate sfaccettature canonico-giuridiche e liturgico-sacramentali, per una conversione pastorale all’insegna di ciò che veramente dice lo Spirito alla nostra Chiesa. Saranno le proposizioni sinodali a indicare il cammino di conversione, affinché la nostra comunità diocesana elevi con esultanza l’inno della propria confessione di fede, una lode, appunto, che sarà espressione di una purificazione della nostra vita pastorale, alla quale ci sottomettiamo tutti: laici, presbiteri, diaconi e vescovo, dopo esserci ascoltati vicendevolmente.

Questo processo sinodale sarà costituito da due fasi: a) quella del consenso durante la quale, in maniera distinta, i singoli ambiti pastorali nelle loro rappresentanze: laici, presbiteri e diaconi, condivideranno, dopo previa formazione sul tema della sponsalità, le proprie opinioni, producendo un documento sinodale; b) quella del discernimento durante la quale i medesimi  ambiti,  convergendo  assieme,  discuteranno  i  tre  documenti  sinodali.  Questa seconda fase produrrà un documento di unione che verrà sottoposta al vescovo, con il quale si stabiliranno le proposizioni sinodali. La presentazione di tali decisioni, che servono per la conversione pastorale, avverrà durante un’altra assemblea, conclusiva di quest’articolato processo sinodale che esprimerà effettivamente quello che lo Spirito dice alla nostra comunità diocesana. Affidiamo quest’intenzione alla misericordia Dio e ci assista benevolmente «Colui che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra ai cieli» (Eb 7,26), Cristo Signore che continua ad intercedere, lasciando che lo Spirito guidi e formi la sua sposa che è la Chiesa.

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